La musica è il colore

Eccoci qui,

ben ritrovati in questo 2021 che non è partito affatto bene a livello globale! Spero che siate riusciti a passare delle buone feste e che abbiate potuto dedicarvi a quanto più vi piace.
Solitamente il primo articolo dell’anno è dedicato ai propositi o alle attività da non perdere assolutamente. Vista questa strana situazione di incertezza, ho pensato che fosse il momento di partire piuttosto dal ricordo di un grande artista, che spero possa essere utile come faro nella notte per farci mettere da parte l’insoddisfazione e trasformarla in creatività e costruzione.

Sto parlando di David Bowie, che proprio ieri avrebbe compiuto 74 anni. Chi era David Bowie? Credo che tutti voi sappiate di chi sto parlando: musicista, attore, trasformista. Personaggio la cui storia è costellata di eccessi e perdizioni, come tipico della sua generazione e del mondo del rock, che sicuramente ha contribuito a creare l’immagine del musicista non solo come tale, ma in quanto star.
Come sapete non parlo spesso di musica, ma David Bowie non è solo un musicista e cantautore di grande talento, è prima di tutto un designer ed un amante dell’arte e del teatro. Il suo essere poliedrico e la sua capacità di muoversi in diverse discipline artistiche con facilità, hanno fatto sì che da bravo musicista diventasse un’icona, uno degli artisti più influenti del XX secolo.

Come sapete io credo fermamente nella multidisciplinarità delle materie artistiche. Non puoi sapere tutto ovviamente e sarebbe sbagliato pensarlo, ma interessarsi e conoscere anche altre arti oltre il tuo ambito specifico d’azione aiuta ad avere una mente attenta ed aperta. David Bowie è riuscito a costruirsi tramite l’ideazione di uno stile e di personaggi che ancora oggi vengono copiati dai più famosi artisti pop, senza dimenticare la grande influenza che ha lasciato nel campo della moda. Intere collezioni, anche recenti, sono state dedicate al suo stile androgino e decadente. Il duca bianco è infatti riuscito a coniugare l’eleganza al punk, la sartorialità al non conformismo. Per dirlo con le parole dei suoi compatrioti inglesi Bowie made it cool to look weird, ha reso di moda l’essere strani. La dimostrazione di ciò sta nel fatto che qualsiasi celebrity utilizzi ora lo stesso schema espressivo si riconduce a lui, si pensa subito a quanto sia palese la sua influenza.

Al di là dell’evidente attenzione al costume ed all’immagine, ho scoperto l’attitudine di Bowie per il design in una bellissima mostra del Victoria & Albert del 2013. Qualche anno dopo è stata portata al MamBO di Bologna ed io sono rimasta ancora più affascinata dalla figura di Bowie ed ho scoperto tante risposte alle mie domande. Martin Roth, direttore del V&A all’epoca, afferma nel catalogo di aver pensato a David Bowie non solo in quanto musicista e performer, bensì anche come uno dei principali visionari del design. Accanto alla sua musica ha trasmesso infatti un vero e proprio spirito della sua epoca. Una delle principali caratteristiche di Bowie credo inoltre sia quella di essersi circondato di artisti con cui ha sviluppato cover, scenografie e costumi per le sue perfomance. Inoltre Bowie ha vissuto nelle città del teatro: Londra, New York e Berlino. Teatro, musical e cabaret. Nonostante lui si sia sempre considerato cittadino del mondo, credo che queste tre città lo abbiano influenzato moltissimo.

David Robert Jones nasce infatti l’8 gennaio 1947 a Brixton, sobborgo a sud di Londra, dove vive la sua famiglia. Si trasferiranno presto in un altro sobborgo della città e, nonostante non la frequentasse direttamente, David comincia a nutrire una forte attrazione per le meraviglie della vita londinese, rappresentate in quel momento dal fratellastro maggiore, Terry Burns, che frequentava il centro città per ascoltare jazz e leggeva gli scrittori della beat generation. David mostra immediatamente interesse per la musica, canta nel coro della chiesa e si fa regalare un sassofono. A 16 anni, seguendo il consiglio di un suo professore della scuola tecnica, accetta un lavoro in un’agenzia pubblicitaria in New Bond street a Mayfair. Diventa così un apprendista illustratore in una zona di Londra, quella di Soho, che inizia proprio allora ad “oscillare”, a diventare la mitica swinging London.
Lo stesso Bowie afferma che la sua qualifica era importante, ma non riusciva a trovare gratificazione perché l’agenzia pullulava di talenti ed era molto difficile emergere. Tuttavia David comincia a frequentare locali ed inizia le prime esperienze musicali con alcuni colleghi, con cui forma dei piccoli gruppi che suonano per lo più in feste private.

La sua vita continua nell’anonimato più o meno per tutti gli anni ’60, tuttavia David ha la possibilità di circondarsi di esperienze estremamente stimolanti. Vive la rivoluzione sessuale della città, si adegua alla moda sbocciata proprio nei negozi di Soho per merito di Mary Quant, ma soprattutto nel 1968 scopre il palcoscenico. Non parliamo di teatro qualunque, parliamo di pensatori come Stanislavski, Artaud e Brook, maestri di un teatro che non ha inizio nè fine, dove il palcoscenico può diventare qualsiasi tipo di spazio. All’epoca questa era la scena alternativa di Londra e David Bowie si dedica anche al teatro, diviene mimo, comparsa ed attore. Forse attraverso queste esperienze matura la consapevolezza di lasciare le band con cui suonava per iniziare una carriera solistica in cui diventare qualcun altro.
Dal 1964 infatti suonava con i King-Bees, con cui incise il primo album David Jones and the King-Bees, ma fu più tardi, all’inizio degli anni ’70, con gli Hype (abbreviazione per hypocritical “ipocriti”, scelto proprio per rimarcare l’ipocrisia della musica alternativa dell’epoca) che Bowie comincia a sfruttare i travestimenti e lancia il glam rock. Accanto a queste esperienze di gruppo, David si esibisce sempre più come solista e dal 1971, con il bellissimo The man who sold the World (cui cui conoscerete sicuramente la cover dei Nirvana … anche io ci sono arrivata così) e con il nuovo pseudonimo di David Bowie la sua carriera decolla.

Nello stesso anno riesce finalmente a volare negli Stati Uniti, suo riferimento assoluto dai tempi del jazz e per l’allure della west coast che lo aveva affascinato fin da ragazzino. Il suo stile androgino e spaziale crea fin da subito fascinazione e sconcerto, avete presente come si presentavano i Beatles no? Tuttavia è qui che Bowie elabora Ziggy Stardust. La sua visione spaziale, soltanto iniziata nel primo album Space Oddity del 1969, lo porta nel 1972 a costruirsi un vero e proprio alterego, atterrato direttamente da Marte, che porta spirito e conoscenza nuovi. Lo stesso Bowie racconta così la sua conversione nell’alieno Ziggy: I felt very puny as a human. I thought, ‘Fuck that. I want to be a superhuman’. Mi sentivo molto mingherlino, debole come umano, così ho pensavo, vaff … o, voglio essere ultraterreno … ed il gioco ha funzionato. Il suo aspetto così anticonvenzionale, la sua capacità di mascherarsi, il suo abbigliamento studiato e colorato, il trucco, perfino una sua imperfezione fisica, una pupilla più grande dell’altra, lo fanno riconoscere come alieno.
Da qui parte il suo successo e la sua storia, dalla creazione di un personaggio, dall’ambizione e dalla volontà di diventare un grande performer che non si sono arrestate nemmeno in un decennio di no.

Dal 1972 è il designer Kansai Yamamoto a pensare i suoi costumi ed è così che Ziggy diviene una specie di entità divina del rock, un novello messia, di cui non si riconosce nemmeno la sessualità. La sua immagine è intrisa di un misto di occidente ed oriente, pensate all’utilizzo delle zeppe e dei famosi geta (zoccoli di legno da uomo), è un incrocio tra un samurai ed un onnagata, figura del teatro kabuki per cui attori maschi interpretavano ruoli femminili. Ziggy diventa così potente da far quasi perdere il controllo a David su se stesso. Comincia ad abusare di cocaina e cede quasi alla schizofrenia (che aveva colpito anche l’amato fratello Freddy, che morirà suicida nel 1986 dopo un decennio in ospedale psichiatrico). Comincia ad essere un vero e proprio uomo di spettacolo, non nel senso più americano del termine però, Ziggy ha l’ambiguità e la decadenza del Cabaret tedesco alla Marlene Dietrich.
Bowie gioca molto in questo periodo anche sulla sua ambiguità sessuale. Si dichiara omosessuale, nonostante fosse sposato, in un’epoca di tabù e diviene immediatamente un simbolo per il movimento gay britannico.

Comincia a pensare anche seriamente al teatro. Elabora un musical a partire dal romanzo 1984 di Orwell, continuando ad esplorare futuri ed universi distopici, che viene però trasformato in due album Rebel rebel e Diamond Dogs. Per quest’ultimo elabora un copertina in cui è ritratto metà umano e metà cane, inoltre disegna personalmente la scenografia del suo tour ispirandosi a Metropolis di Friz Lang. Restano tuttavia i moodboard ed i disegni dei costumi di Hunger City, il film mai realizzato appunto, tutti direttamente disegnati da Bowie. A questo punto la fine di Ziggy è vicina, così come l’uscita dalla sua casa discografica. Scopre infatti che il suo manager la possiede interamente, mentre Bowie era convinto di averne il 50%. La sua salute si aggrava, si trasferisce a Los Angeles dove nel 1975 pubblica Young Americans e dove l’artista abbandona Ziggy ed il glam rock.

Modellino per lo stage di Diamond Dogs

Nel 1976 torna in Europa con una tournée in cui ben presto arriva un nuovo personaggio: the thin white duke. Lo snello duca bianco è molto elegante e proviene dall’alta aristocrazia. Sono tante le contraddizioni di questo personaggio simpatizzante di destra ed infatuato delle arti occulte. Fu coinvolto in diversi scaldali giornalistici che lo videro protagonista. Si cominciò a fare illazione sul fatto che fosse nazista a seguito di una fotografia che lo ritraeva con il braccio alzato e Bowie si ritirò in Svizzera per un certo tempo. Dal 1977 al 1979 si trasferisce finalmente a Berlino. Qui incontra inevitabilmente il minimalismo e la musica ambient, ma anche Lou Reed e l’eroina. Gli album pubblicati sono Low, Heroes e Lodger. Credo di non dover spiegare a nessuno la grandiosità di una delle sue più famose canzoni Heroes appunto, che vi consiglio di ascoltare in tedesco per riuscire a percepire la profondità dello spirito della capitale tedesca in quegli anni (è anche alla fine di Jojo Rabbit di cui abbiamo parlato qui Le scarpe di Rosie).
Platone scriveva: “Quando il tono della musica cambia, le mura della città vibrano”. Credo non ci sia citazione migliore per spiegare l’atmosfera creata da Bowie nel pezzo.

L’influenza dello stile di Bowie sulla moda attuale

La storia di David Bowie prosegue lunga e prolifica passando dagli anni ’80, ai ’90 fino ad arrivare all’ultimo album, quella che da tanti è considerata l’ultima perfetta operazione di marketing. Blackstar è uscito l’8 gennaio del 2016, nel giorno del suo compleanno, e due giorni dopo Bowie è morto in una località non diffusa. Si parla di una clinica ontologica in cui pare abbia seguito una pratica programmata di eutanasia. Nel suo alternarsi di personaggi, come musicista e come attore (ha partecipato a moltissimi film nella sua carriera), sembra che l’unica costante di Bowie sia rimasta quella del cambiamento, di non smettere mai di reinventarsi seguendo i tempi, vagando da una dimensione all’altra proprio come faceva Ziggy.


Molti hanno criticato Bowie dal unto di vista teorico affermando che pur avendo creato diversi alterego, non ha mai presentato una concreta via per la liberazione individuale. Il suo personale approccio funziona soltanto per sé stesso, senza però costruire una strada condivisa per tutti. Inoltre oggi nei paesi anglofoni si parla di questi personaggi “libertini” come di WEIRD – Western, Educated, Industrialized, Rich and Democratic – alludendo alla loro possibilità di comportarsi come tali senza rischiare troppo, avendo per così dire le spalle coperte.
Per me l’influenza di Bowie sulla musica e sulla moda sono indiscutibili, a partire dai primi costumi di Yamamoto e Freddie Burretti, fino alla teatralità della Union Jack, giacca per lui disegnata da Alexander McQueen, altro genio ribelle britannico. Per non parlare del glamour sprigionato da lui ed Imam, modella bellissima diventata sua moglie nel 1992.
Al di là della moda se dovessimo citare qui le sue collaborazioni musicali potremmo finire a gennaio del 2022, cosa che eviterei augurando a tutti quanti di poter tornare presto ad una presunta normalità.

Tirando le somme, per me David Bowie è prima di tutto un uomo colto e di gran gusto, che ha saputo esplorare l’arte a tutto tondo conservando creatività e curiosità per tutta la sua carriera. Quello che lo differenzia da altri musicisti sta proprio qui, nel suo essere non soltanto musicista, ma artista e visionario. Bowie stesso affermava “Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere me stesso.
Secondo me non ha dipinto solo sé stesso, ma delle vere e proprie atmosfere, dei pezzi di storia e di città. Quando ascolto Heroes sono a Berlino e quando ascolto Life on Mars?, quello che secondo me è il brano più bello accanto a Space Oddity, volo su un’altra galassia e l’arte dovrebbe fare esattamente questo: aprire universi e visioni.

In Heroes Bowie canta I,I will be king and you, you will be queen, è il mio augurio per questo anno partito sfortunato. Lui ci è riuscito, proviamoci anche noi!

Enjoy!

F.T.

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