New Bauhaus

Eccoci qui,

come forse saprete, in settimana è stato lanciato dalla commissione europea, un nuovo bando aperto ad architetti, designer, scienziati, artisti e creativi di ogni genere teso a promuovere nuove idee. Lo slogan è beautiful, sustainable, togheter – bello, sostenibile, comunitario.
Ogni partecipante è libero di proporre progetti che siano sperimentali e che rispondano ai nuovi problemi della nostra società, soprattutto in merito a sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il premio in ballo è la effettiva realizzazione di tali progetti tramite finanziamenti europei.

Tutto molto bello, viene un po’ da dire finalmente … quello su cui mi sono soffermata però, come ogni volta, evade lo scopo principale e va ad analizzare la scelta comunicativa effettuata. Perché chiamare questo bando New European Bauhaus? Innanzitutto la Bauhaus è stata fondata a Weimar ed ha superato i confini europei solo tramite le esperienze dei singoli docenti costretti a fuggire durante la seconda guerra mondiale. Perciò europea lo è sempre stata, probabilmente il richiamo vuole soffermarsi sull’istituzione promotrice. Perché però proprio Bauhaus?

Quando sentiamo la parola Bauhaus, anche se non conosciamo la storia dell’architettura, molto probabilmente associamo il discorso al design, alle forme, ai colori, sicuramente ad uno spirito creativo. La Bauhaus prima di tutto fu però una scuola di arti figurative. Venne fondata da Walter Gropius, architetto berlinese, nel 1919 e proprio due anni fa è stata largamente ricordata per via del centenario della sua formazione. Il periodo in cui vide la luce non è così dissimile da quello in cui ci troviamo oggi: era appena finita la prima guerra mondiale, la gente viveva in grande povertà ed era disposta a tutto pur di avere un lavoro, inoltre l’Europa era stata colpita dalla febbre spagnola che mieteva vittime in numero straordinario. A questo possiamo aggiungere che già dal tardo ‘800 il significato ambivalente della parola libertà si incontrava a più riprese nel dibattito politico e le avanguardie artistiche nonché la psicoanalisi puntavano esattamente sull’affermazione individuale.

Tuttavia, in ambito architettonico perlomeno, si capì ben presto che un lavoro individuale non sarebbe riuscito da solo a garantire il ripensamento dei modelli culturali a fronte delle trasformazioni in atto. I nuovi processi tecnici ed economici stavano alterando gli insediamenti al pari di una seconda rivoluzione industriale, mentre l’inizio del nuovo secolo aveva interessato, a livello architettonico, soprattutto la realizzazione di nuove scuole di arti applicate che tendessero a razionalizzare lo stile architettonico per lanciarlo nel futuro, con risultati che non avevano prodotto risposte ai problemi sociali concreti. La Bauhaus si afferma insomma nel pieno della nascita del movimento moderno, che, come ogni importante trasformazione storica, comprende un gran numero di contributi sia individuali che collettivi e per cui non è possibile fissare la sua origine in un solo luogo o in un solo ambiente culturale. Dietro a quella che diventerà infatti una risposta unitaria esistono infiniti scambi e sollecitazioni reciproche, difficili per noi oggi da attribuire.

Torniamo però a quella che è storia: subito dopo la guerra Gropius è chiamato a dirigere la Saechsische Hochschule fuer bildende Kunst e la Saechsische Kunstgewerbeschule, la scuola che fu di Van de Velde. Gropius decide di unificare i due edifici e così nasce a Weimar, piccola cittadina conservatrice e provinciale tedesca, la Bauhaus. Una scuola appunto, che ben presto si configura come un campus di utopisti, inventori e sognatori. Il XX secolo è costellato di visioni utopiche ed ideali di società migliori e la Bauhaus non fa eccezione. Il suo primo programma, pubblicato nel ’19, si presenta quasi come una chiamata agli spiriti creativi, come un vero e proprio manifesto artistico. Vi trascrivo alcuni passaggi che spiegano meglio di qualsiasi altra parola:

La costruzione completa è lo scopo finale delle arti visive. … Tutti noi architetti, scultori, pittori, dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione, non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano … Formiamo una sola comunità di artefici senza però quell’arroganza di classe che vorrebbe erigere un muro di alterigia tra artigiani ed artisti! Impegniamo insieme la nostra volontà, la nostra inventiva, la nostra creatività nella nuova attività edilizia del futuro, la quale sarà tutto in una sola forma.

A questa chiamata risposero un gran numero di personalità dell’arte e del design che divennero docenti del Bauhaus: Itten, il pittore americano Lyonel Feininger, lo scultore tedesco Marcks, l’architetto Adolf Meyer, i pittori Muche e Paul Klee, lo scenografo Oscar Schlemmer ed i famosissimi Vassily Kandinsky e Lazlo Moholy-Nagy. Gli studenti iscritti nel 1919 furono duecentocinquanta e si posero come nuovi costruttori di cattedrali. Il programma artistico e le sue modalità di svolgimento sono assolutamente perfette per qualsiasi studente di arte, ma in realtà la Bauhaus venne fortemente osteggiata nei suoi primi anni. Essa rimaneva infatti un corpo estraneo a Weimar, disturbava, scioccava, veniva continuamente messa in discussione. Si tenevano moltissime feste nel corpo centrale della scuola e quello che veniva insegnato era considerato se non privo di senso, di dubbia utilità. La grandezza visionaria della metodologia del Bauhaus tuttavia sta proprio qui, nell’utilizzo di metodi anticonvenzionali. Per formare un mondo nuovo si devono infatti formare nuovi costruttori che non possono rispondere a nuovi problemi con vecchi metodi. Per sviluppare la creatività alla Bauhaus si nutriva perciò mente e corpo, perché l’apprendimento non dipende soltanto dalla mente, ma anche dal nostro rapporto con lo spazio, con il fisico. Il design diventa così uno strumento, non viene utilizzato per realizzare oggetti carini, ma per influenzare la società attraverso il lavoro artistico.

Kandinsky, corpi e spazio

Questa è la grandezza dei temi della Bauhaus, il fatto di essere ancora così fortemente attuali. Ovviamente la scuola è troppo sperimentale per trovare consensi. Comincia ad essere attaccata da tutti, sia a livello politico che artistico. Nonostante Gropius cerchi in tutti i modi di tenere il Bauhaus al di fuori del dibattito politico, la portata dell’esperimento che sta compiendo non lo rende possibile. I funzionari di Weimar cominciano ad osteggiare in tutti i modi le liberatorie per la scuola, le sinistre accusano Gropius di essere un esponente del Capitalismo, mentre le destre lo considerano un sovversivo. Gli artisti d’avanguardia non si esimono dal confronto ed accusano la scuola di non essere abbastanza conseguente e di coltivare l’eclettismo ed il compromesso. Gropius insomma è costretto ad andarsene e nel 1925 si trasferisce a Dessau, cittadina industriale tedesca dove pensa di poter sperimentare sempre di più le nuove tecnologie. E’ lui stesso a progettare l’edificio principale della scuola e le ville dei docenti, che ancora esistono e che sono i primi esempi di edilizia modulare. I progetti interessano anche l’edilizia residenziale della classe lavoratrice che finalmente può permettersi una casa singola con un po’ di giardino. Nel nuovo edificio del Bauhaus, high-tech e sperimentale, la scuola può finalmente realizzarsi come una comune, anche se con l’avvento del nazismo e con la caccia agli ebrei molti docenti sono costretti a fuggire negli Stati Uniti o addirittura torneranno in Israele, dove alcuni quartieri residenziali sono realizzati esattamente nello stesso stile.

Ho recentemente visto un bellissimo documentario che si intitola “Bauhaus Spirit“, di Niels Bolbrinker e Thomas Tielsch, lo trovate su RaiPlay se vi interessa. Esplora quelli che oggi possono essere considerati progetti con lo stesso spirito riformatore. Ad un certo punto nel film si dice che la storia del Bauhaus non è solo la storia di una scuola di influenza globale, è anche una storia di coraggio. Il coraggio di opporre nuove idee a tradizioni esistenti. I prerequisiti del Bauhaus sono infatti la partecipazione e l’equità. Il suo slogan era “Necessità non lussi”. Le costruzioni dovevano rispondere alle esigenze della gente, alle esigenze di tutti, in città che in quegli anni erano ancora sporche, insalubri e piene di baracche. Per questi motivi l’oggetto della ricerca architettonica non divenne il lusso, ma i servizi primari, il verde, le scuole, le infrastrutture, la funzionalità. Principi questi che furono ripresi e discussi dal movimento moderno che li raggruppò nella Carta di Atene, stesa al termine di un viaggio in nave da Marsiglia ad Atene appunto, in cui erano coinvolti Le Corbusier, Mies Van Der Rohe, Gropius ed i più importanti pensatori del tempo, e che divenne il documento di indirizzo per la pianificazione urbana a venire.

Disegno di Oscar Schlemmer

I risultati raggiunti tuttavia non sono sempre stati successi, anzi il più delle volte sono rimaste esperienze isolate. Pensate all’Unité d’Habitation di Le Corbusier, di cui vi ho parlato nel mio precedente articolo su Berlino (Ritorni). Ne sono rimasti solo pochissimi esemplari perché nonostante la funzionalità, il progetto era enormemente costoso produrla rispetto ai complessi residenziali standard. Inoltre alcuni aspetti della progettazione vennero presi come veri e propri dogmi della vita moderna, indirizzando inevitabilmente scelte e consumi ed alimentando bisogni inesistenti.
La domanda perciò a questo punto dovrebbe essere: siamo davvero disposti al cambiamento? Si può davvero delegare questa svolta solo all’arte ed al design?

Io penso che una nuova società possa essere progettata se ci sono persone pronte ad accoglierla. I luoghi vengono vissuti se si percepisce il loro cambiamento, se lo si accetta, se si è partecipi. Costruire non è un vocabolo prettamente fisico, è anche spirituale. La nuova architettura deve rappresentare una nuova società, deve rispondere a dei nuovi bisogni e dobbiamo essere ben consapevoli delle nostre nuove necessità. Tra queste per me c’è assolutamente una maggiore sostenibilità ambientale e una più grande equità sociale, ma se non lo pensiamo tutti prevarrà l’individualismo ed il design potrà solo abbellire la nostra decadenza.

A fronte di queste riflessioni, spero di essere riuscita a far emergere il valore simbolico dietro alla scelta dell’Unione Europea. Era da molto tempo che pensavo di parlare del Bauhaus anche perché la mia formazione è avvenuta in parte in Germania, dove l’insegnamento delle arti applicate è ancora fortemente influenzato da questa metodologia.
Quella che per me è stata una svolta concettuale e progettuale, spero possa diventare a questo punto una risoluzione per molti. Non so se siamo pronti, ma mi auguro che il momento faccia virare il cambiamento verso un lato più creativo ed artistico piuttosto che divisorio e violento.

Enjoy!

F.T.

Costumi di Oscar Schlemmer

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