TRUE FICTIONS

Eccoci qui,

sapete che non parlo spesso dei miei lavori, lo faccio solo occasionalmente per ricordare perché amo gli argomenti di cui parlo e perché seleziono certi temi piuttosto che altri. Oggi è uno di quei giorni in cui ho scelto di raccontarvi la mia ultima esperienza lavorativa perché essendo l’Emilia Romagna tornata arancione, da oggi siamo nuovamente chiusi. Non voglio polemizzare o altro, vorrei soltanto attirare l’attenzione su una mostra che per me è di grande rilievo e che mi dispiace moltissimo sia capitata in questo periodo sfortunato. Spero di invogliarvi a visitarla dal vivo o virtualmente.

Il lavoro di cui parlo è TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi. E’ una mostra al momento presente a Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, che è nata in realtà nella programmazione di Fotografia Europea 2020. Come sapete lo scorso anno abbiamo dovuto annullare il festival (Fotografia Europea inaugura solitamente a metà aprile e noi ci riamo ritrovati in pieno lockdown nel momento in cui dovevano iniziare trasporti opere e lavori), così per non cancellare totalmente questa mostra, che rappresenta la prima retrospettiva in Italia sulla staged photography, è stato trasposta in autunno. Abbiamo aperto per tre settimane, poi chiuso, poi riaperto ora per altre tre settimane e nuovamente chiuso. Per la teoria del non c’è due senza tre speriamo di poter riaprire tra qualche settimana per dare una degna conclusione ad questa operazione che a mio avviso è di grande interesse.
Oggi ve la racconto un po’, sperando di suscitare la vostra curiosità. Vi ricordo che la mostra è stata prorogata fino al 28 marzo, perciò se ne avremo la possibilità apriremo nuovamente entro quella data. Inoltre sul sito della Fondazione Palazzo Magnani, così come sui suoi canali social, potete trovare una serie di iniziative digitali che restano attive anche ora.

Setting up della mostra TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi.

TRUE FICTIONS non è soltanto il titolo della nostra mostra, curata da Walter Guadagnini (se siete appassionati di fotografia sicuramente questo nome non vi è nuovo), è anche il titolo di una serie creata da Sandy Skoglund, fotografa statunitense appartenente a quella che viene definita staged photography. Lo abbiamo preso in prestito perché ci sembra racchiuda perfettamente lo spirito di questa corrente artistica che si basa fondamentalmente sulla messa in scena, sulle finzioni reali per l’appunto. La staged photography ha un luogo ed un tempo ben preciso in cui viene a formarsi: il luogo sono gli Stati Uniti ed il tempo è il finire degli anni ’70. In particolare il 1977, quando all’Artist Space di New York si inaugura la mostra Pictures, intitolata semplicemente “immagini”, curata da Douglas Crimps. Due anni dopo risponde San Francisco con un’altra collettiva intitolata Fabricated to be photographed “Realizzate per essere fotografate” curata dal critico e fotografo Van Deren Coke. Sono queste le due prime collettive che definiscono gli artisti appartenenti alla staged photography, che verranno per questo anche denominati artisti della “Pictures Generation”. Sono quasi tutti americani, con soltanto alcune esperienze europee ed hanno tutti in comune la realizzazione di fotografie che non vengono realizzate e pensate nel senso più tradizionale del termine, bensì come vere e proprie opere d’arte.

Setting up della mostra TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi.

Sì perché due sono le principali caratteristiche della staged photography: la prima è appunto l’utilizzo di finzione scenica, la seconda è l’approccio allo scatto attraverso un vero e proprio processo artistico creativo. Per quanto riguarda la finzione, possiamo sintetizzare dicendo che ogni fotografia di staged che osserverete, per quanto realistica possa sembrare, è una vera e propria composizione fotografica studiata ad hoc. Naturalmente ogni artista sceglie una metodologia diversa: c’è chi si ritrae, sotto forma di autoritratto o come personaggio di una storia, c’è chi usa comparse o addirittura feticci (bambolotti, soldatini, pupazzi), c’è chi esclude la presenza umana e realizza set quasi cinematografici, diorama o modellini. Al di là della metodologia scelta, si mette sempre al centro la rappresentazione, la narrazione di una storia. Molte volte i temi trattati sono l’ipocrisia della società americana, il ruolo della donna, il sottile discrimine tra il vero ed il falso, quasi un premonitore attacco alle fake news.
Parlando invece di processo artistico creativo intendo che ogni autore deve confrontarsi con una narrazione da inventare. Come un pittore davanti ad una tela bianca o un regista nella realizzazione di un set cinematografico, ognuno di questi fotografi si deve confrontare con tutti i passaggi del processo creativo: l’ideazione di un concept, il disegno della composizione dell’immagine, la sua realizzazione e lo scatto. Moto spesso questo scatto, l’effettiva opera prodotta, ha una gestazione lunghissima e maniacale, ed oltre ad essere l’opera d’arte resta anche come unica testimonianza del lavoro compiuto in quanto set e modellini vengono solitamente distrutti.
Inutile dirvi quante siano le contaminazione a livello letterario, pittorico e cinematografico che si possono ritrovare in queste immagini. Tutti i fotografi si configurano spesso infatti come veri e propri artisti perfomativi ed il loro rilievo artistico difficilmente si può scindere dal loro background culturale, sociale e storico.

Setting up della mostra TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi.

La staged photography riscuote un grandissimo successo negli anni ’70 e ’80, poi sembra però scomparire. Molti fotografi abbandonano del tutto la professione dedicandosi alla scrittura (sceneggiatura in particolare) o al cinema. Questo genere torna in auge soltanto all’inizio del nuovo millennio, con l’avvento dei programmi di manipolazione digitale dell’immagine, uno su tutti Photoshop. Il baricentro di azione si sposta verso oriente, coinvolgendo moltissimi giovani artisti soprattutto giapponesi, cinesi e coreani. Anche il Regno Unito produce parecchi artisti che vengono oggi inseriti in questa seconda generazione di staged photography, mentre fotografi già molto affermati nel mondo della moda come David LaChapelle, Erwin Olaf e l’italiano Paolo Ventura, decidono di lasciare i set fotografici tradizionali per approcciare lavori meno commerciali e più artistici e dedicarsi a loro volta alla staged. Nel centro di questa nuova rinascita si colloca anche la nostra mostra, che raccoglie tanti nomi tra i maestri di prima generazione ed i giovani di seconda generazione. Come avrete intuito ogni scatto è una visione ed il lavoro di ognuno di questi artisti racchiude veramente un mondo a sé stante pieno di riferimenti e suggestioni. Non posso raccontarveli uno ad uno per ovvi motivi di sintesi, ma spero davvero che la mostra possa riaprire e che possiate scoprirli di persona.

TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi. foto Laura Ligabue

Sui nostri social da qualche settimana è Walter Guadagnini stesso che ci racconta ogni fotografo tramite piccole pillole, vi invito a seguirci se vi è piaciuto l’argomento. Io di artisti preferiti ne ho parecchi anche perché i richiami alla scenografia sono davvero tanti ed ogni opera è un piccolo gioiello di ispirazione. Diciamo che la finzione scenica è un luogo che da molto tempo mi diverto a bazzicare, perciò con me questa mostra cade proprio a fagiuolo!
Se volete vi lascio i miei artisti preferiti, senza per questo escludere gli altri:

Setting up della mostra TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi.

Amo moltissimo Cindy Sherman e la sua pratica del travestimento. Mi piace la sua storia come persona oltre che come artista. La trovo una grande artista performativa a cui moltissime celebrities statunitensi contemporanee si sono ispirate.

Erwin Olaf – The Mother dalla seria Dusk

Amo la perfezione delle opere di Erwin Olaf, fotografo ufficiale della corona reale olandese, che si è poi successivamente dedicato a due serie Dusk e Dawn (tramonto e alba) in cui studia una perfetta composizione fotografica nella monocromia del nero e del bianco, tanto che da lontano le sue opere sembrano soltanto rettangoli di colore, da cui emergono figure e contesto solo mano a mano che ci si avvicina.

Sandy Skoglund – Revenge of the Goldfish

Sandy Skoglund non posso non citarla. Oltre a dare il titolo alla mostra, è anche la nostra immagine guida nella comunicazione. Il suo Revenge of the Goldfish è un’immagine famosissima, utilizzata anche nell’editoria (è la copertina di Venuto al mondo di Margareth Mazzantini) e nella discografia (è la copertina di un disco degli Inspiral Carpets). Adoro il contrasto dei colori delle sue creazioni ed adoro la poetica delle sue composizioni. L’utilizzo di questi flussi animaleschi per rendere l’idea di multicoscienza, l’estraneità della figura umana al contesto, il fatto che realizzi l’intero set compreso di tutti gli elementi presenti a mano perché sapere che qualcosa è esistito veramente modifica la nostra percezione dell’immagine.

David Levinthal – Hitler Moves East

E’ fantastico il progetto di David Lenvinthal Hitler moves East, sempre del 1977, in cui il fotografo ricostruisce con dovizia di particolare la campagna di Russia attraverso l’uso di soldatini. Pensate che all’uscita del libro fotografico questo venne inserito nelle librerie nella sezione storia e non arte!

Gillian Wearing – Me as Eva Hesse

Adoro Gillian Wearing e la sua Spiritual Family. La fotografia inglese rappresenta già la seconda generazione di fotografia staged e riflette sulla soggettività del mezzo fotografico, su come la nostra visione del mondo possa influenzare le immagini che produciamo. Decide perciò di dedicare questo progetto a ritratti della sua famiglia e delle figure che lei ritiene suoi punti di riferimento culturali, indossando delle maschere di cera per chiedersi chi veramente siano queste persone al di là del rapporto che hanno con lei.

Setting up della mostra TRUE FICTIONS. Fotografia visionaria dagli anni ’70 ad oggi.

Nella stessa sala la fotografa Hannah Starkey, sempre inglese, specializzata in ritratti di donne negli ambienti urbani. Nella nostra Autumn immortala i momenti di pausa ed intitola la fotografia con il nome di una stagione per seguire le sensazioni che l’immagine evoca. Come se non si trattasse di un momento o di una storia precisa, ma di ricordi offuscati evocati da sentimenti più che dalla memoria.

Dettaglio di Existing in Costume_Anne-Boleyn di Chan Hyo Bae

Poi si continua con Fontcuberta ed il suo attacco irriverente alla verità del mondo scientifico con una delle sue prime e storiche serie “Fauna“, con Chan Hyo Bae che arriva dall’oriente e per conoscere al meglio la società inglese che sembra respingerlo, si immortala nei panni dei reali britannici, con Miwa Yanagi ed il suo lavoro sulle donne in Giappone, paese ancora così tradizionalista e a tratti a noi incomprensibile.

Lori Nix – Library

Io amo moltissimo anche i lavori di Yeondoo Jung e di Jiang Pengyi, più concettuali, ma che riflettono su quando possa variare la percezione di uno spazio a seconda della composizione fotografica e degli elementi che si sceglie di inserire nell’immagine. C’è poi Lori Nix una delle artiste più gettonate, che attraverso la realizzazione di modellini in scala che occupano tutto il suo appartamento a Brooklyn, costringendo lei e la compagna ad andare in affitto, costruisce edifici in rovina che si qualificano come testimonianze del passaggio dell’uomo in un futuro distopico.

Infine c’è Paolo Ventura che meriterebbe un articolo a parte e che trovate in mostra ora a Camera a Torino. Meraviglioso nelle sue suggestioni d’inverno … poetico, teatrale, malinconico. Ultimissima, ma non meno amata Alison Jackson che riflette sull’immaginario collettivo realizzando falsi ad hoc con sosia dei personaggi famosi. Sono conosciutissime le sue immagini della famiglia reale inglese, per cui ha rischiato la carriera agli inizi.

Alison Jackson con uno dei suoi famosi calchi

Io spero davvero di avervi invogliato. Di autori ce ne sono altri, ma devo ammettere che mi piacciono quasi tutti! Non saprei davvero quale scegliere. Ogni artista una visione appunto. Speriamo di potervi ri-ospitare presto per scoprirle!

Enjoy!

F.T.

Tutte le immagini dell’articolo sono tratte dal web o sono da me direttamente realizzate

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